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venerdì, 20 marzo 2020

CECITA' di Gavino Cau

#pilloleANAB: Spunti, riflessioni, idee, resilienza nel periodo dell’isolamento

"Siamo regrediti all'onda primitiva, disse il vecchio dalla benda nera, con la differenza che non siamo più qualche migliaio di uomini e donne in una natura immensa e intatta, ma migliaia di milioni in un mondo spolpato ed esaurito." (da: Josè Saramago, Cecità, tredicesima edizione, Feltrinelli 2019, p. 217).

Durante questo periodo di "quarantena" sono incappato sul libro di Saramago e l'ho letto perché incuriosito dal titolo, non ne conoscevo il contenuto ed è stato pertanto destabilizzante verificare, anche, come si intreccia con la nostra attualità: il libro racconta dell’epidemia che colpisce la vista dell’uomo e lo porta alla cecità, mentre la nostra pandemia porta al decesso dei soggetti più deboli. Ma più che nei fatti, gli intrecci si leggono nelle atmosfere che nel libro vengono descritte e che drammaticamente esasperano ciò che viviamo oggi nelle nostre città: le stazioni ferroviarie surreali il cui silenzio è interrotto dal megafono che annuncia l’arrivo o la partenza dei treni ed evidenzia il vuoto per l’assenza del trambusto quotidiano; il triste silenzio diventa irrequieto nelle lunghe file per il rispetto della distanza minima, nell'attesa di accedere ai supermercati dove approvvigionarsi degli alimenti indispensabili.

La macchina sociale si è fermata, ma solo in parte: si prevede il posticipo dei pagamenti delle tasse e altri interventi per gestire l’ordine sociale, come la concessione di agevolazioni per compensare le carenze economiche che non riescono più a produrre quelle energie entropiche necessarie a garantire le nostre comodità. Con la prevenzione per il contagio siamo così, indirettamente disponibili a dare un po’ di respiro al pianeta, una boccata d’aria ma, soprattutto, per chi non è in prima linea, disponibili a dedicare un po’ di tempo per un momento di riflessione: il nostro pianeta ha ospitato milioni di generazioni di uomini ma mai ha avuto un tale livello di distruzione dovuta all'attività umana, così come sta avvenendo negli ultimi decenni. È con lo sviluppo delle industrie e la produzione delle energie da materiali fossili e non rinnovabili che nel processo si riversano plastica e prodotti inquinanti, risultanze di processi irreversibili che alterano il naturale ciclo della vita e rendono l’ambiente inquinato e potenziale veicolo di malattie.

Ma come può rispondere la società mondiale che ospita quasi 8 miliardi di persone e ogni secondo consuma 1.000 barili di petrolio, 93.000 metri cubi di gas naturale e 221 tonnellate di carbone. Una società che si regge su questi consumi, in occasione di questo evento, lascia percepire la fragilità di un equilibrio instabile sul pianeta che non sopporta più il consumo di suolo, la produzione eccessiva di CO2 e che reagisce con fenomeni che stanno alterando gli ordinari cicli del pianeta: primo fra tutti il riscaldamento globale. Non riconosciamo più il ciclo delle stagioni, l’inverno è sempre più caldo, cosi come l’estate e il passaggio tra le due stagioni è sempre più indistinto. La cosa più allarmante è che queste considerazioni non hanno necessità di statistiche ma sono oggettivamente percepibili da ognuno di noi perché manifeste in un arco di tempo molto recente.

La prova che sta mettendo in atto l’Italia, e a seguire l’Europa con le altre nazioni mondiali, per ritardare la divulgazione del virus CoVid-19 è esemplare, ricco di un potenziale valore identitario di grande portata ma, che non può certo prolungarsi per molto tempo. Il tutto terminerà e si spera nel più breve tempo possibile, ma rimarrà l’esperienza dell’evento che si cristallizzerà nell'immaginario collettivo, rimarranno le atmosfere vissute e soprattutto la consapevolezza della forza di una reazione sociale con cui sono stati presi importanti e coraggiosi provvedimenti come, nel caso dell’Italia: la sospensione delle attività non essenziali, delle attività educative e scolastiche, delle attività sportive e culturali, la limitazione dei collegamenti aerei, ferrati e gommati. Riconosciamo, perché siamo in grado di vedere e osservare, i risultati: l’entità di risparmio nel consumo energetico e il ridotto rilascio di materiale inquinante consente all'ecosistema del nostro pianeta di smaltire più agevolmente gli inquinanti immessi nell'ambiente.

Ma sulla base di queste osservazioni, quale può essere il punto da cui partire per un‘oculata riflessione che lasci intravedere un lume: la possibilità di un cambiamento dettato da una volontà comune che tenga conto dei rapporti dell’uomo con, e nel rispetto dell’ambiente. Con la pandemia in atto è stato rotto il frenetico vortice di illusioni che hanno impedito di alzare gli occhi al cielo, guardare le stelle, ascoltare il mare, ritrovando il buon senso nei confronti del pianeta. Gli incendi che recentemente hanno bruciato i polmoni della terra, i ghiacciai che si sciolgono, le abitazioni che sprofondano. Possiamo leggere il virus come un alleato che chiede di fermarci, per tacere ed ascoltare la natura del nostro pianeta. Ora possiamo vedere che non ci sono più aerei, possiamo sentire che l’aria è più gradevole da respirare. Non si può essere sani in un ecosistema malato, non possiamo lasciarci dominare dall'ansia e dalla paura ma ascoltiamo la natura del nostro pianeta per formulare nuove proposte.

«Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscere la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che pur vedendo non vedono.» (ibidem, pag. 276).

 

Immagine in evidenza: Foto di un canale di Venezia e in calce link a filmato che vede dei delfini sul porto di Cagliari dopo le interruzioni dei trasporti in occasione dei provvedimenti per contrastare la trasmissione del coronavirus.

Gavino Cau _ ANAB Sardegna

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